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Poesia in viaggio I - Campo all'Orzo

Campo all’Orzo è una località, o meglio, ex-località, situata ai piedi del Monte Pruna. Addentrandosi per i boschi che compongono questo luogo, ci si trova a muoversi per sentieri, non troppo impervi, ove il cielo è coperto dagli alti castagni e la terra dalle abbondanti felci che crescono incontrastate. Fermandosi in un qualsivoglia punto del percorso mentre ci si guarda attorno, si ha come l’impressione di essere entrati in spazio fuori dal tempo, dove il campo del cellulare e i rumori assordanti della città vengono schermati, dando vita a un mondo fiabesco fatti d’ombre sfuggenti e silenzi inaudibili.

La mano dell’uomo è impercettibile e ci sfiora a malapena quando c’imbattiamo in un qualche antico casolare abbandonato, divorato dall'edera, in qualche croce o memoriale funebre; su quest’ultime attestazioni si ritrovano incisi volti o occhi e si ha come la romantica impressione che quel luogo sia osservato, protetto dal silenzio di chi una volta, in vita, lo ha amato. Chi invece lo protegge, o quanto meno lo osserva, ancora oggi è un anziano un po’ sciancato con dei buffi e gentili baffi. L’anziano fa da “oste” alla Baita Verde e se chiederete lui se sia possibile mangiare qualcosa, vi risponderà schiettamente “salame, formaggio e olive”; menù molto fisso ma di tutto rispetto.

La baita, oltre che dal punto di vista cromatico, è in sintonia perfetta con lo spirito limpido e secolare che si respira nei dintorni: sulla facciata del casolare, totalmente dipinto di verde, è affrescato uno scolorito stemma della città di Camaiore, la quale fa comune, e un piccolo bassorilievo di un’icona religiosa con motivi floreali. Tutt'intorno vi sono alcuni tavoli per la sosta che, calata la sera, possono essere illuminati solo da rustiche lampadine a cavo scoperto che oscillano nel vuoto a qualche metro dai tavoli come, qualche metro più lontani, fanno alcuni solitari indumenti su un rudimentale filo da stendere.

A poche centinaia di metri, proprio nello slargo che si apre in un tripudio di luce e aria, e che prelude all'ascesa al Monte Pruna, troviamo la Chiesa di Sant’Antonio.

Nel primo pomeriggio estivo la chiesa si presenta come rischiarata da un luccichio diafano che ben contrasta con lo stato decadente, eppur affascinatissimo, in cui versa lo sconsacrato santuario; affacciandosi a proprio rischio e pericolo, infatti, si può osservare come le mura sembrino tenute in piedi soltanto dalle piante rampicanti che le attanagliano mentre, da quel che resta del tetto, dei calcinacci appesi ai dei finissimi fili metallici dondolino sospinti dal vento. L’entrata principale del tempio è sbarrata e, appeso all'inferriate, vi si trova un piccolo cartello sbiadito dallo scorrere del tempo, sulla quale vengono riportate esigue informazioni sulle origini della chiesa e, di più spiccato interesse, un sonetto che veniva cantato dai bambini del coro della chiesa nel 1909, affinché Sant’Antonio proteggesse le coltivazioni di, indovinate un po’, orzo e segale per cui era stata fondata appositamente Campo all’Orzo per poi venire abbandonata, probabilmente, poco dopo la fine della seconda mondiale. Anche se non si è credenti la lettura del sonetto può essere suggestiva, soprattutto alle due di un afoso giorno d'estate in cui il sole risplende immenso alle vostre spalle e il vento porta alle vostre orecchie le risate spensierate di alcuni bambini che giocano a valle. Fuori della facciata del santuario, in mezzo alle farfalle che si rincorrono e le api che impollinano i fiori, si trovano alcuni falò cadaveri e ceppi dimenticati, utili per sedersi, fare un bel respiro e lasciare che i ronzii, gli eco e le folate aerino il vostro corpo dopo giorni, mesi o anni di prigionia legale, cittadina o mentale.



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